Massacrato di botte con il cuore spaccato per aver rovistato fra le cose e la vita e morire a occhi aperti come muore un fratello gentile
Masticare lo schifo e scoprirne il sapore annotarlo con cura per poter raccontare e finire da solo in un fosso con la faccia nel fango e le risa a guardarti crepare
Se chiudo gli occhi è ancora il 27 ottobre 2013. C’è quella
stanza bianca, quell’odore di disinfettante che m’infetta le narici, ci siamo
noi attorno al letto di quella persona che ha dato tutto agli altri senza
tenere niente per se stessa: mia zia. La vedo ancora pallida, sedata, e spero
che sia incapace di capire dove stanno andando a finire le sue speranze, dove
sta finendo la sua battaglia durata due anni. Riaffiorano lenti e inesorabili
tutti i momenti trascorsi insieme, tutti i consigli, tutti i momenti di
sconforto in cui mi stringeva la mano e mi aiutavaripartire. Quelle ore scorrono lente, ed è
un’agonia infinita stare lì razionalmente consapevoli della morte che arriva ma
con la speranza di un miracolo che la salvi. E’ un vai e vieni d’infermieri che
attendono il decesso, ed è un gesto automatico, come se si stesse parlando di
un oggetto e non di un essere umano. Poi mi mandano via, mi spediscono a casa.
Ma mentre sono per strada mi richiamano. E allora la corsa disperata, le scale
salite a due a due, il respiro spezzato, le lacrime che corrono più veloce di
me, e ritorno in quel bianco, quel bianco che oggi non riesco a sopportare,
l’abbraccio ma è tardi. Lei è andata via e questa volta non tornerà. Per la
prima volta in vita mia sento un vuoto dentro che non credo riuscirò mai a
colmare. Un vuoto che mi divora e mi rosicchia nel profondo. Oggi è passato
quasi un anno e se chiudo gli occhi so che lei è ancora qua con me a stringermi
la mano e per ringraziarla di essere stata per me madre, sorella, zia ed amica
le dedico tutti i miei giorni.
Da quando non ci sei più, ci sono parole che ho smesso di usare.
Le usavo perchè erano desuete e ti facevano ridere.
A volte ti dicevo che avevo tante personalità, e ogni tanto una si lasciava morire per inerzia, oppure scherzando ti chiedevo del "presente" che mi avresti fatto per il compleanno.
E' come se il mio vocabolario si fosse improvvisamente ridotto all'osso, allo stretto necessario.
I primi tempi pensavo che fosse solo una cosa transitoria, adesso so con certezza che un nuovo status destinato a non lasciarmi.
Forse alla fine non è neppure solo il vocabolario ad essersi ridotto, è proprio che io ho perso la voglia di esprimermi, la voglia di chiarire con gli altri, adesso lascio stare e vado oltre. Oltre i silenzi, senza bisogno di cercare risposte, come se tutte le risposte del mondo non serviranno mai a nulla.
Penso a cose pratiche: esami, scadenze, lavoro, appuntamenti e tutte le mie giornate sono scandite da orari ben definiti, senza spazio per pensare a niente che non sia ordinarietà.
Oggi dopo mesi mi fermo, e mi rendo conto che non ho più scritto, non ho più parlato neppure con me stessa.
E ora quando sento una parola, o una cosa che mi riporta a te, mi rendo conto che il suono non è più quello di una volta, è un'eco lontana, un frantumarsi di ricordi vetro che ti tagliano ovunque mentre cerchi di raccogliere i cocci.
Stasera, tra una canzone e l'altra, un esame che si avvicina e i pochi giorni che mi restano, mi chiedo che fine farò, dove mi porterà "la strada giusta" che ho intrapreso.
I “Maledetti italiani” siamo noi, tutti, senza eccezione: avviluppati in
un'identità nazionale che è tanto più forte quanto più è fragile il
nostro sentirci comunità. [...] Un brano che è allo stesso tempo un manifesto programmatico, una
dichiarazione di appartenenza e un atto d'accusa: verso se stesso, il
maledetto me, e verso il paese che ha nutrito e cresciuto la sua musica.
Il video che accompagna Maledetti italiani è la
rappresentazione plastica del rapporto di odio-amore che gli italiani
hanno con il loro paese e con le figure che ne hanno costruito la
grandezza o raccontato (e in qualche caso, facilitato) la caduta: un
rapporto fatto di umorismo, sorpresa, ammirazione per il genio, ma anche
risentimento. È un paese che cambia, quello raccontato dal video e
cantato da Colapesce, in modi inaspettati e suo malgrado: un paese che
non ha più il volto che aveva cinquant'anni fa, talvolta nel bene,
talvolta nel male. Secoli di storia italiana sono raccontati attraverso i
volti dei personaggi aggrediti con equanime aggressività dal piccolo
Francesco Fallica, “maledetto italiano di nuova generazione” e
protagonista del video, che non risparmia nessuno: il concetto di buono e
cattivo - di “alto” e “basso” - perde valore. Siamo tutti italiani, ognuno maledetto a modo suo. Il video, realizzato dal collettivo catanese Ground's Oranges con la
regia di Zavvo Nicolosi, è stato girato nello studio dell'artista
Jacopo Leone e si conclude non a caso con un rogo in cui, tra politici,
calciatori, personaggi del cinema, della musica, della televisione,
mostri sacri e fieri rappresentanti della cultura italiana nel mondo,
brucia anche la foto dello stesso Colapesce. Segno di discontinuità col
passato e bisogno di fare tabula rasa degli idoli, dei nemici e anche di
se stesso, un po' come i Clash che nel 1977 cantavano: “No Elvis,
Beatles, or The Rolling Stones”.
Senza di te tornavo, come ebbro, non più capace d'esser solo, a sera quando le stanche nuvole dileguano nel buio incerto. Mille volte son stato così solo dacché son vivo, e mille uguali sere m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti le campagne, le nuvole. Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio della fatale sera. Ed ora, ebbro, torno senza di te, e al mio fianco c'è solo l'ombra. E mi sarai lontano mille volte, e poi, per sempre. Io non so frenare quest'angoscia che monta dentro al seno; essere solo.
Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive. Quelle come me donano l'Anima, perché un'anima da sola è come una goccia d'acqua nel deserto. Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio di cadere a loro volta. Quelle come me guardano avanti, anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro. Quelle come me cercano un senso all'esistere e, quando lo trovano, tentano d'insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo. Quelle come me quando amano, amano per sempre. e quando smettono d'amare è solo perché piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita. Quelle come me inseguono un sogno quello di essere amate per ciò che sono e non per ciò che si vorrebbe fossero. Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai, sono caduti nel dimenticatoio dell'anima. Quelle come me vorrebbero cambiare, ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo. Quelle come me urlano in silenzio, perché la loro voce non si confonda con le lacrime. Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore, perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla. Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio, non riceveranno altro che briciole. Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso, purtroppo, fondano la loro esistenza. Quelle come me passano inosservate, ma sono le uniche che ti ameranno davvero. Quelle come me sono quelle che, nell'autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto.
(Poesia attribuita generalmente ad Alda Merini, anche se in rete hanno smentito tale notizia.)