lunedì 20 aprile 2015

Fratello gentile


Massacrato di botte
con il cuore spaccato
per aver rovistato
fra le cose e la vita
e morire a occhi aperti
come muore
un fratello gentile

Masticare lo schifo
e scoprirne il sapore
annotarlo con cura
per poter raccontare
e finire da solo in un fosso
con la faccia nel fango
e le risa a guardarti crepare

venerdì 23 gennaio 2015

Se chiudo gli occhi



 19 Ottobre 2014

Se chiudo gli occhi è ancora il 27 ottobre 2013. C’è quella stanza bianca, quell’odore di disinfettante che m’infetta le narici, ci siamo noi attorno al letto di quella persona che ha dato tutto agli altri senza tenere niente per se stessa: mia zia. La vedo ancora pallida, sedata, e spero che sia incapace di capire dove stanno andando a finire le sue speranze, dove sta finendo la sua battaglia durata due anni. Riaffiorano lenti e inesorabili tutti i momenti trascorsi insieme, tutti i consigli, tutti i momenti di sconforto in cui mi stringeva la mano e mi aiutava  ripartire. Quelle ore scorrono lente, ed è un’agonia infinita stare lì razionalmente consapevoli della morte che arriva ma con la speranza di un miracolo che la salvi. E’ un vai e vieni d’infermieri che attendono il decesso, ed è un gesto automatico, come se si stesse parlando di un oggetto e non di un essere umano. Poi mi mandano via, mi spediscono a casa. Ma mentre sono per strada mi richiamano. E allora la corsa disperata, le scale salite a due a due, il respiro spezzato, le lacrime che corrono più veloce di me, e ritorno in quel bianco, quel bianco che oggi non riesco a sopportare, l’abbraccio ma è tardi. Lei è andata via e questa volta non tornerà. Per la prima volta in vita mia sento un vuoto dentro che non credo riuscirò mai a colmare. Un vuoto che mi divora e mi rosicchia nel profondo. Oggi è passato quasi un anno e se chiudo gli occhi so che lei è ancora qua con me a stringermi la mano e per ringraziarla di essere stata per me madre, sorella, zia ed amica le dedico tutti i miei giorni. 


domenica 18 gennaio 2015

Parole desuete



Da quando non ci sei più, ci sono parole che ho smesso di usare.
Le usavo perchè erano desuete e ti facevano ridere.
A volte ti dicevo che avevo tante personalità, e ogni tanto una si lasciava morire per inerzia, oppure scherzando ti chiedevo del "presente" che mi avresti fatto per il compleanno.
E' come se il mio vocabolario si fosse improvvisamente ridotto all'osso, allo stretto necessario.
I primi tempi pensavo che fosse solo una cosa transitoria, adesso so con certezza che un nuovo status destinato a non lasciarmi.
Forse alla fine non è neppure solo il vocabolario ad essersi ridotto, è proprio che io ho perso la voglia di esprimermi, la voglia di chiarire con gli altri, adesso lascio stare e vado oltre. Oltre i silenzi, senza bisogno di cercare risposte, come se tutte le risposte del mondo non serviranno mai a nulla.
Penso a cose pratiche: esami, scadenze, lavoro, appuntamenti e tutte le mie giornate sono scandite da orari ben definiti, senza spazio per pensare a niente che non sia ordinarietà.
Oggi dopo mesi mi fermo, e mi rendo conto che non ho più scritto, non ho più parlato neppure con me stessa.
E ora quando sento una parola, o una cosa che mi riporta a te, mi rendo conto che il suono non è più quello di una volta, è un'eco lontana, un frantumarsi di ricordi vetro che ti tagliano ovunque mentre cerchi di raccogliere i cocci.
Stasera, tra una canzone e l'altra, un esame che si avvicina e i pochi giorni che mi restano, mi chiedo che fine farò, dove mi porterà "la strada giusta" che ho intrapreso.



E non rimane più niente
che mi fa più paura
di me



sabato 10 gennaio 2015

MALEDETTI ITALIANI


I “Maledetti italiani” siamo noi, tutti, senza eccezione: avviluppati in un'identità nazionale che è tanto più forte quanto più è fragile il nostro sentirci comunità. [...] Un brano che è allo stesso tempo un manifesto programmatico, una dichiarazione di appartenenza e un atto d'accusa: verso se stesso, il maledetto me, e verso il paese che ha nutrito e cresciuto la sua musica. Il video che accompagna Maledetti italiani è la rappresentazione plastica del rapporto di odio-amore che gli italiani hanno con il loro paese e con le figure che ne hanno costruito la grandezza o raccontato (e in qualche caso, facilitato) la caduta: un rapporto fatto di umorismo, sorpresa, ammirazione per il genio, ma anche risentimento. È un paese che cambia, quello raccontato dal video e cantato da Colapesce, in modi inaspettati e suo malgrado: un paese che non ha più il volto che aveva cinquant'anni fa, talvolta nel bene, talvolta nel male. Secoli di storia italiana sono raccontati attraverso i volti dei personaggi aggrediti con equanime aggressività dal piccolo Francesco Fallica, “maledetto italiano di nuova generazione” e protagonista del video, che non risparmia nessuno: il concetto di buono e cattivo - di “alto” e “basso” - perde valore.
Siamo tutti italiani, ognuno maledetto a modo suo. 

Il video, realizzato dal collettivo catanese Ground's Oranges con la regia di Zavvo Nicolosi, è stato girato nello studio dell'artista Jacopo Leone e si conclude non a caso con un rogo in cui, tra politici, calciatori, personaggi del cinema, della musica, della televisione, mostri sacri e fieri rappresentanti della cultura italiana nel mondo, brucia anche la foto dello stesso Colapesce. Segno di discontinuità col passato e bisogno di fare tabula rasa degli idoli, dei nemici e anche di se stesso, un po' come i Clash che nel 1977 cantavano: “No Elvis, Beatles, or The Rolling Stones”.

domenica 21 dicembre 2014

Prima della pioggia


E chissà dov'eri quando pioveva senza sosta
e senza ombrello guardavi immobile la chiesa di Santa Maria Novella
l'avresti dovuta vedere che era come una fotografia sfocata
con l'acqua che le sbatteva addosso
e il campanile come d'un altro tempo già a toccare il cielo, il sereno
insomma ti avrei voluta vedere mentre la guardavi
come in un domino spazio-temporale sotto il temporale.
Potevo essere un gatto e giocare con la mia coda
senza sapere che fosse mia
e camminavo invece per Firenze e avevo la vaga
la vana intuizione di vederti in quasi tutte le pozze che si formavano
come dei vuoti come degli errori proprio davanti ai miei passi.
Camminavo e mi bagnavo e sotto l'acqua ti pensavo e sotto l'acqua ti volevo
almeno ti avessi avuta vicino che ti potevo dire:
Guarda puoi chiudere gli occhi e non vedrai mai più nero
al massimo il marrone, il grigio scuro, il verde bottiglia
te lo dirò quel giorno che davvero ti dirò tutto 
prima della pioggia, prima della rivoluzione.




domenica 7 dicembre 2014

Senza di te tornavo





Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d'esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c'è solo l'ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest'angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Pier Paolo Pasolini

domenica 30 novembre 2014

Quelle come me





Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive.
Quelle come me donano l'Anima,
perché un'anima da sola è come una goccia d'acqua nel deserto.
Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi,
pur correndo il rischio di cadere a loro volta.
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.
Quelle come me cercano un senso all'esistere e, quando lo trovano,
tentano d'insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo.
Quelle come me quando amano, amano per sempre.
e quando smettono d'amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita.
Quelle come me inseguono un sogno
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero.
Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell'anima.
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo.
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime.
Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla.
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio,
non riceveranno altro che briciole.
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza.
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero.
Quelle come me sono quelle che, nell'autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto.

(Poesia attribuita generalmente ad Alda Merini, anche se in rete hanno smentito tale notizia.)